“Nel silenzio la parola può avere un significato diverso dal discorso abituale – spiega il regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti –. È la parola poetica che si può incarnare nel presente per trasmettere un’esperienza”.
Le figure come quelle di Andrea Pontremoli, di Ilaria Capua e Maria Luisa Lavitrano emerse dai racconti autobiografici di Venice Sessions sono per Corsetti dei veri e propri profili di eroi, i quali si proiettano in una dimensione che va oltre la storia, quasi a diventare mitica.
Nel teatro, osserva il regista, la parola riprende tutta la sua potenza e la sua forza, recuperando le sue radici per risuonare dall’inizio della lingua e dei simboli, contrastando l’appiattimento imposto dalla società moderna. “Ritengo che quel racconto infinito che è la Tv conti di per sé – osserva Barberio Corsetti –. A me ciò che interessa è soprattutto chi ci sta davanti e come recepisce quel racconto”.
Un breve stacco della “Pietra del Paragone” di Rossini messa in scena dallo stesso regista insieme al videoartista Pierrick Sorin gli serve per mettere in questione il tema della presenza nel racconto. “Rossini è stato un maestro nel plagiarsi da solo, prendendo a prestito pezzi delle sue stesse opere per costruire, con gli stessi elementi, racconti di volta in volta tragici o allegri”.
Dimostrazione che la parola, in teatro, può essere continuamente riscoperta in maniera creativa.
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