L’influenza aviara ha spaventato tutto il Pianeta e causato perdite economiche enormi, ma è stata raccontata malissimo, fin quasi a diventare una leggenda metropolitana.
“Il virus che la causa, l’H5N1, è in realtà estremamente pericoloso e quasi sempre mortale per gli animali che ne vengono colpiti – osserva Ilaria Capua, veterinaria prestata all’epidemiologia – perché allora si è ridotto quello che è effettivamente uno dei più seri rischi di pandemia a un aneddoto da bar?”. Le cause di questa pandemia mediatica da influenza aviaria si spiega con il parallelismo creato dai grandi mezzi d’informazione con l’epidemia di spagnola che nel 1919 uccise oltre 20 milioni di persone. Oggi l’H5N1 è sceso al di sotto dei radar della grande informazione, ma la situazione rimane serissima. “Questo virus è efficacissimo nel distruggere gli allevamenti, cioè le riserve di proteine nobili dei Paesi in via di sviluppo” sottolinea Capua che nel 99-2000, presso l’istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie dove lavora è stata la prima a identificare i focolai italiani d’infezione.
Nel 2006 Capua è protagonista di un episodio che ha rapidamente catturato l’attenzione dei media di tutto il mondo e sancito la leadership italiana nel settore. Avendo identificato i ceppi di H5N1 che per la prima volta erano arrivati in Africa, Capua è stata contattata dall’Organizzazione mondiale della sanità perché conferisse la sequenza del virus in un database ad accesso riservato del quale sarebbe così potuta diventare membra. “Ho subito rifiutato – spiega Capua - perché credo che i dati della ricerca prodotta con fondi pubblici per la salute pubblica debbano essere assolutamente open-source”.
Passata la tempesta mediatica, da questo episodio l’anno scorso è nato GisAid.org, un archivio aperto che raccoglie le informazioni su virus di tutto il mondo perché la condivisione delle informazioni è la migliore difesa contro una possibile pandemia.
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