Gli italiani sono grandissimi consumatori di storie.
Mediaset da sola, trasmette circa 100 milioni di ore spettatore all’anno. Ma perché i nostri concittadini le guardano e soprattutto che cosa ne fanno?
“Se non siamo in grado di elaborare non siamo in grado di raccontare; come mostrano molti lavori su persone traumatizzate dalla guerra o da altri drammi come la Shoah. – osserva Di Chio – Ma è altrettanto vero che esiste una circolarità assoluta tra raccontare e fare esperienza.
Per elaborare dobbiamo definire un senso e una conclusione, e quindi costruire un racconto della nostra esperienza”.
Dai grandi scrittori come Musil, al semplice spettatore l’uomo è sempre stato un costruttore di racconti, intesi come “esperienza guidata di senso”.
“In questa prospettiva non sono solo i film che assomigliano alla vita – spiega Di Chio – ma anche la vita che assomiglia ai film, perché costruendo un racconto della nostra vita tagliamo, incolliamo ed editiamo la nostra esperienza seguendo un filo di senso, esattamente come è stato fatto per produrre ciò che vediamo sullo schermo”.
Oggi la rete offre una nuova opportunità per trovare le tracce di come ci raccontiamo e Di Chio, anche per questo, dichicara di non condividere l’analisi di Christian Salmon perché troppo schematica nell’individuare, a partire dagli anni ’90 lo storytelling come protocollo di ammaestramento collettivo.
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